ZONA LIBERA

di Marco Milini

***

Mentre l’ufficiale di turno al Controllo sfogliava distrattamente l’ultimo numero di AstroTime e terminava di sorbire il suo latte di cocco, la spia verde dell’ipno-radar si spense: nel medesimo istante, si accese quella rossa e le griglie d’allerta cominciarono a formattarsi. L’ufficiale ripose la rivista, fissò il quadro comandi con attenzione e si lisciò le penne del capo, perplesso. Quindi, chiamò: “Comandante!”
Il dopomonitor della Sala Controllo si accese: comparve la figura del Comandante Warz e la sua voce profonda riempì l’aria.
“Dica pure, Tenente Strugg.”
“Comandante, abbiamo un problema.”
“Che tipo di problema, Tenente?”
“Non vorrei sbagliarmi, ma…”
“Ma cosa, Strugg?”
“Pare si tratti di un grosso problema…”
“Scusi, credo di non aver afferrato. Ha detto: un grosso problema?”
“A-hem, sì...”
Il Comandante, dopo una prima esitazione, assunse un tono condiscendente: “Uhm... Uno grosso, lei dice... Strano, pensavo fossero stati debellati, nei paraggi... Io credevo, nella mia ingenuità, ci trovassimo ad orbitare in una zona libera della galassia: la c-23 barra x, per essere precisi.” L’ufficiale di turno al Controllo tacque.
“Tenente Strugg!” sbottò Warz “Mi tolga una curiosità: non è che per caso ieri sera, alla festa di fidanzamento del Maggiore Kawanuchi, lei ha bevuto qualche bicchiere di troppo?”
“Può essere, signore. In effetti... se ben ricordo... ad un certo punto, dopo alcuni beveraggi piuttosto anonimi, qualcuno stappò un paio di barilotti davvero niente male. Si trattava di un vino frizzante proveniente dalla costellazione Alfa Nove, mi sembra di ricordare. Si chiamava, aspetti che ci penso...” Strugg succhiò gorgogliando dalla cannuccia con espressione assorta. “Era, era... era un nome che finiva per ix...”
“Un vino di Alfa Nove che finiva per ix? Era Cedonix, forse?” propose Warz in un sussurro.
“Esatto! Proprio quello: un Cedonix! Lei è un fenomeno, Comandante!”
“Due barilotti di Cedonix? Ma ne è proprio sicuro?”
“Non ci metterei la zampa sul fuoco, Comandante. Come le ho detto, n n era niente male e credo di esserci andato giù pesante. Mi pare, però, che fosse proprio quello.”
“Dannazione, Tenente!” esplose Warz mettendosi le mani nei capelli “Avrei dovuto tirarle il collo molto tempo fa! Non le avevo forse detto d’avvertirmi in situazioni d’emergenza?! Invece,” proseguì mestamente dopo quello scoppio d’ira, “a causa della sua intollerabile negligenza, al posto di un Cedonix che, dicasi incidentalmente, forse lei non lo sa, ma è un vino pregiatissimo, di quelli che capita una volta nella vita di poter gustare, dicevo, al posto di un Cedonix,” e qui la voce del Comandante ebbe un lieve sussulto, “mi sono dovuto sorbire dall’inizio alla fine un noiosissimo, stramaledettissimo Intercongresso Plusmediatico della nostra tanto gloriosa quanto, ahimè, ormai asfittica Defederazione. Ma lasciamo perdere le magagne della politica, coi suoi annessi e connessi. grosso…” disse Warz abbassando la voce e sporgendosi verso il dopomonitor.
“Un grosso problema? Ma questo è assolutamente impossibile! Con tutto il dovuto rispetto, signore, noi attualmente ci troviamo ad orbitare in una zona libera della galassia: la c-23/x, per la precisione. Non possono esserci grossi problemi!”
“E’ esattamente quello che ho pensato anch’io, Sassetti. Però, se Strugg ha detto quello che ha detto, qualche motivo deve pur esserci. Certo, io preferirei che si sbagliasse: tutti preferiremmo che si sbagliasse… Ad ogni modo, gli ho ordinato di fare una scansione approfondita della zona e di far approntare a Ho Min uno strobolitogramma periscalmoidale.”
“Addirittura uno strobolitogramma? La faccenda è dunque così grave?”
“Non possiamo permetterci di prendere la questione sottogamba, Sassetti: perciò le chiedo di andare in sala macchine e controllare scrupolosamente lo stato di funzionamento dei reattori e dei retroreattori vegetativi. Vada subito e non ci metta più di dieci minuti, per piacere: poi la richiamerò. Nella migliore delle ipotesi, Strugg ha le traveggole, ma se così non fosse... Lei capirà bene: avrò bisogno di tutto il corpo ufficiali a mia disposizione.”
“Non si preoccupi, Comandante, vado subito.”
“Un’ultima cosa, Sassetti.”
“Sì, signore?”
“Temo di aver terminato un’altra volta la carta.”
“Avverto subito la Sicurezza, signore.”

Mentre l’immagine di Sassetti svaniva, Warz si asciugò nuovamente le gocce di sudore che gli imperlavano l’alta fronte. Si passò il fazzoletto sul collo completamente bagnato. Il sudore aveva preso a colare giù giù lungo la schiena: la camicia gli si stava appiccicando addosso. Pensò che stava cominciando a fare caldo, troppo caldo, anche per gli standard climatico-abitativi dei suoi appartamenti, settati su parametri tropicali: una cosa che gli ricordava i bei tempi, quando gestiva il ristorante “O Sentimento” e faceva lunghe passeggiate in riva all’oceano, la sera, ascoltando le note delle sale da ballo sulla spiaggia.
Ma adesso, dannazione, il caldo era asfissiante: persino le palmette si mostravano sofferenti. Già stanco, nonostante quello fosse solo l’inizio di una mattina che si preannunciava stressante, chiamò a mezza voce il Sergente Voregaard.
Una polka ad altissimo volume invase la stanza da bagno. Sul dopomonitor comparve la sala di comando dell’armeria e Warz, nonostante una fitta nebbia offuscasse l’immagine, notò che Voregaard, che gli dava le spalle ed era al tavolo con tre addetti alle rampe lanciamissili, aveva in mano un full di donne.
“Beh, io passo...” disse il primo addetto, sbuffando un nuvola di fumo e spegnendo poi la sigaretta nel posacenere stracolmo di mozziconi.
“Passo anch’io, è troppo per me...” disse il secondo: incrociò le mani dietro la nuca e iniziò a dondolarsi in equilibrio sulle gambe posteriori della sedia, fissando con curiosità il terzo addetto.
Questi si sfiorò il naso con un dito, bevve un lungo sorso dalla lattina di birra che aveva al suo fianco e, dopo avere spavaldamente ruttato, con tono di sfida disse: “Io ci sto, invece: metto due casse di proiettili U9, e vedo.”
Gli altri due emisero all’unisono un fischio di ammirazione quando quello calò sogghignando un full d’assi. Poi, tutti e tre si volsero a guardare il Sergente Voregaard che, alla vista del full d’assi,era sbiancato: in quel momento, gli addetti alle rampe s’accorsero con sgomento che qualcuno li stava osservando.
“Signori...” cominciò stancamente il Comandante Warz, mentre il primo addetto allungava unbraccio spegnendo d’un colpo la musica: “Scusate se interrompo la vostra partita. Per quanto importante essa sia, e immagino lo sia particolarmente, dato che vi ha portati a tralasciare le vostre mansioni, dovrei tuttavia scambiare due parole in privato con il signor Voregaard. Sempre che lui ne abbia la voglia e il tempo, ovviamente. Lei cosa dice, Sergente?”
“Oh, beh, certo che sì. Ci mancherebbe altro, signore…” rispose Voregaard, con un misto di sollievo e terrore, mentre gli altri sgattaiolavano via.
Warz riprese svogliatamente a parlare: “Sergente Voregaard, mi ascolti. Da quando ho stabilito la comunicazione, cioè poco più di un minuto fa, ho visto così tante infrazioni al regolamento da non poter tollerare da parte sua neppure mezza scusa, neanche la più fantasiosa. La prego, quindi, da adesso sino al termine del nostro colloquio, di pronunciare solamente la parola “Sissignore”. Per il resto, chiuda la bocca e apra bene le orecchie. Afferrato?”
“Sissignore.”
“Bene. La informo ufficialmente che, con una certa probabilità, abbiamo un problema. Questo non sarebbe nulla, di per sé: lei potrebbe anche tornare a farsi spennare dai suoi sottoposti. Ma la questione è che si tratta di un grosso problema, ragion per cui fra dieci minuti voglio un rapporto sullo stato dello schermoscudo, nonché una verifica virtuale dei suoi componenti, compresi i valori critici On/Off. Pensa di farcela?”
“Sissignore.”
“Bene, faccia in fretta. Poi riferisca e si tenga a disposizione.”
“Sissignore.”
“E per la miseria, Voregaard, veda di aprire le finestre e far girare un po’ d’aria in quella stanza!”
“Sissignore!”

Quando Warz fu di nuovo solo nel suo bagno, la sfiducia s’insinuò tra le sue emozioni. Non lo preoccupavano le condizioni dell’astronave. Dopotutto, quella era la sua nave: la conosceva bene, palmo a palmo, e ne andava fiero. Né si preoccupava dell’equipaggio: erano un tantino stravaganti, certo, ma affidabili e professionali. In realtà, non sapeva spiegarsi da dove provenisse quel senso di insicurezza, quella stretta che, presolo allo stomaco e forse un po’ più sotto, proiettava un’ombra sul suo futuro prossimo e su quello della nave. Si passò una mano tra i capelli, pensando a quanto fossero più radi di un tempo. Seguì con l’indice la linea della stempiatura, poi chiamò: “Maggiore Kawanuchi!”
Rispose una voce femminile: “Il Maggiore al momento non c’è, Comandante.”
Quell’inattesa apparizione sollevò Warz: “Ah, è lei, Colonnello De Boissy. Come sta? Ho sentito che la vostra festa di fidanzamento è andata molto bene, ieri sera.”
“Sì, signore, l’intero equipaggio ne è rimasto soddisfatto: è davvero un peccato che lei non sia potuto venire, abbiamo sentito la sua mancanza.”
“Purtroppo avevo da fare…”
“La qualità del cibo è stata una piacevole sorpresa: è incredibile quello che i nostri cuochi sono stati in grado di preparare con le razioni ordinarie che avevano a disposizione.”
“Anche i beveraggi, ho sentito, erano all’altezza della situazione...”
“Immagino lei si riferisca ai barilotti di Cedonix: un piccolo strappo alla regola, signore, so che non sarebbero permessi certi vini d’importazione. Però, via! È stato un tale colpo di fortuna! Sembra impossibile, ma durante il nostro periodo di stanza all’Interbase Gamma il Sergente Voregaard li aveva vinti a carte. E pensi: ha deciso di farcene dono!”
“Molto gentile da parte sua.”
“Molto gentile davvero, peccato che il Tenente Strugg se li sia praticamente scolati da solo: a volte è davvero seccante che sul suo organismo l’alcool abbia un effetto così blando.”
“A proposito di Strugg: mi ha da poco avvertito che è insorto un problema, per questo volevo parlare con Kawanuchi. Forse, però, è una fortuna che abbia trovato lei: l’avrei chiamata comunque tra poco e, francamente, a volte ho come la sensazione di potermi fidare appieno solo dei membri femminili dell’equipaggio, a cominciare da lei e dall’Ingegnere Capo Ho Min.”
“La ringrazio per la fiducia, Comandante, ma non dica così. Anche se, forse, stamattina non ha tutti i torti: ora come ora, al Maggiore non chiederei nemmeno di prepararmi il caffè. Sono circa nove ore che è svenuto: è caduto in una vasca di punch e, sa come sono le feste, all’inizio pensavamo tutti che scherzasse…”
“Beh, Colonnello, dovrà fare in modo che si riprenda: il Tenente Strugg dice che il nostro problema è, per essere precisi, un grosso problema.”
“Un grosso problema?” Alcune rughe di apprensione incresparono la morbida fronte scura di De Boissy. “Questa non ci voleva proprio. Non è che Strugg ha le traveggole?”
Warz stava per risponderle, ma per un’infinitesima frazione di secondo qualcosa interruppe il funzionamento di tutte le apparecchiature e degli organismi della nave.

*?*

“De Boissy, tutto bene?” chiese Warz con la voce che ancora tremava per lo shock: il cuore gli batteva forte mentre si teneva al lavandino con entrambe le mani.
“Sì, credo di sì... Sono solo un po’ stordita…”
“Come un po’ tutti sulla nave credo... Cribbio, erano secoli che non mi succedeva...”
“Ma cos’è stato?”
“Si è trattato di un effetto secondario.”
“Un effetto secondario?”
“Purtroppo sì… Mi costa ammetterlo, ma ora non possiamo più permetterci di avere dubbi: questa è la conferma che a breve ce la dovremo vedere con un grosso problema. Colonnello,” continuò Warz con voce grave “informi l’equipaggio che passiamo a priorità Uno e cerchi di svegliare Kawanuchi. Le affido il compito di coordinare le verifiche di prassi approfondita che stanno effettuando Strugg, Ho Min, Sassetti e Voregaard. Fra cinque minuti, voglio tutti gli ufficiali sul ponte di comando.” “Va bene, Comandante, mi metto subito al lavoro.”
“Posso chiederle un’ultima cosa, De Boissy?”
“Sì, signore?”
“Se incontra qualcuno della Sicurezza in giro, lo mandi subito da me.”
“Non ne dubiti, signore: mi dispiace che abbia terminato un’altra volta la carta.”

Così, Warz rimase per l’ennesima volta solo nel suo bagno, ancora la mente intorpidita e il corpo sottosopra per l’effetto secondario: si massaggiò la nuca, le cosce, le ginocchia. Attese che l’affanno si placasse. I pensieri cominciarono a balenargli incontrollati per la mente. Chi c’era, dietro tutto ciò? Perché, poi, perché poi tutto quel caldo? Era mai possibile che una cosa del genere accadesse per puro caso? Era lecito porsi tali domande? O era forse colpa del suo cattivo umore, che lo portava verso luoghi che nella realtà non avevano un posto, né direzione? Blandito da questi ed altri effimeri pensieri, il Comandante si assopì.
Nel frattempo, sul ponte di comando, tutto era in subbuglio: la strumentazione pareva impazzita, i parametri sotto zero, i rilevatori si erano rivelati tutti scombinati. I riferimenti e le analisi di base, al secondo e al terzo esame tipo, contrastavano tra loro. Il Maggiore Kawanuchi sedeva in un angolo, lamentandosi sommessamente, l’uniforme indossata alla meno peggio e la testa tra le mani.
Il resto del corpo ufficiali, invece, pareva come percorso da una potentissima scarica elettrica e in preda ad una spasmodica attività. Voregaard e Sassetti litigavano tra loro per una inesistente questione di responsabilità, mentre l’Ingegnere Capo Ho Min tentava di far capire al Tenente Strugg come fossero palesemente fuori norma le direttrici di sostentamento parallele della nave. Le inutili mansioni che Strugg, per nulla interessato, s’inventava di continuo per allontanarsi ed eludere il discorso, avevano il solo risultato d’innervosire maggiormente il Colonnello De Boissy che attendeva con ansia crescente l’arrivo del Comandante.
Warz, nel frattempo, sognava cose lontane: sabbie dorate e mari tropicali, frammenti di ricordi d’amore. Sognò l’aria notturna, carica di salmastro, e il vento del golfo che l’accompagnava. E fu proprio una brezza leggera che lo risvegliò. Aprì gli occhi di colpo: quanto tempo era passato? Imprecò contro se stesso per essersi addormentato, poi notò che l’aria si era fatta più fresca. La temperatura nel suo appartamento era calata di almeno dodici gradi Celsius, l’umidità dell’aria era diminuita di molti punti percentuali.

De Boissy controllava nervosa l’orologio: il ritardo del Comandante ammontava ormai ad una decina abbondante di minuti. Ogni singolo membro dell’equipaggio era al suo posto, in attesa di un ordine: solo quelli della Sicurezza non si capiva dove fossero andati a finire, ma che il diavolo se li portasse. Fu immenso, quindi, il suo sollievo nel vedere Warz sul dopomonitor generale e nel sentire la sua voce profonda farsi largo attraverso il caos che regnava sul ponte: “Signore e Signori, scusate se vi ho fatto aspettare.” Tutti ammutolirono. “Colonnello De Boissy, qual è la situazione?” “Signore, sono stati eseguiti i controlli da lei richiesti: la nave è in perfetto stato e l’intero corpo
ufficiali è a sua disposizione. Eccezion fatta, forse, per Kawanuchi.”
“Non importa,” disse Warz, “forse potremo fare a meno di lui. Signore e Signori, andrò subito al sodo: come avrete tutti capito, è ormai chiaro come il sole che ciò che stiamo per affrontare non è una bazzecola qualsiasi. Ci troviamo faccia a faccia con un grosso problema. In tutta franchezza, non ho la più pallida idea di né come né quando possa essersi generato, ma sta di fatto che ora ce lo troviamo proprio sotto il naso. L’effetto secondario di poco fa ce lo ha dimostrato. Anni fa, più diuna quarantina ormai, era il mio primo viaggio, mi capitò la stessa cosa e ce la cavammo per miracolo: fu anche l’ultimo grosso problema registrato dai giornali di bordo delle navi della defederazione. Tanto che, un paio di anni più tardi i nostri superiori, nella loro universale ottusità, decisero di risparmiare un po’ di quattrini e pagarsi così le ferie sugli arcipelaghi di Demeziano eliminando la gestione dei grossi problemi dalle materie di corso delle accademie spaziali. Ma sto divagando e il tempo stringe. Basterà dire che, forse, mi ricordo ancora qualcosa. Ciò non significa che la situazione non sia estremamente critica, ma forse, anche con un po’ di fortuna, che non guasta mai, ce la potremo pure cavare e magari, chissà, fra qualche giorno ce ne andiamo tutti in spiaggia. Adesso, però, è tempo di rimboccarsi le maniche e agire.”
Un mormorio d’assenso percorse il ponte.
“Ho Min,” continuò il Comandante, “in base alle sue analisi, quanto tempo abbiamo?”
“Signore, temo non più di circa, uhm, vediamo un po’... Circa due minuti a partire da adesso.”
“Due minuti…”, mormorò Warz: incrociò le braccia e portò una mano al mento e si mise a pensare, mentre i secondi scorrevano nel silenzio più totale.
“Voregaard!”, esclamò poi d’un tratto: “Faccia una circonvallazione elettromagnetica dello scafo e azioni lo schermoscudo.”
Il Sergente balbettò a mezza voce uno stentato “sissignore”, mentre gli altri ufficiali impallidivano.
La nave si mise a tremare e a rollare, le luci lampeggiavano, la radio trasmetteva suoni rimbalzanti da milioni d’anni nello spazio.
“Sassetti!” continuò Warz, senza badare alle occhiate allarmate che si scambiavano sul ponte: “Propulsione a base otto per tutti i reattori!” Sassetti eseguì: la realtà circostante prese a contorcersi. “Ottimo...”, mormorò Warz con un sorriso di sfida a fior di labbra. “Ora, Capitano, inserisca in fase di spinta i retroreattori vegetativi uno e due!”
“I retroreattori uno e due in fase di spinta?” squittì Sassetti, mentre Kawanuchi svaniva in una nuvola azzurra: “S-signore, io non credo…”
“Capitano!”, ruggì Warz, reggendosi con una mano a ciò che restava del lavandino mentre, annaspando con l’altra, strappava due lunghe verdi foglie ad una palma nana: “Ho detto i retroreattori uno e due in fase di spinta!”
Un tuono inverosimile spaccò i secondi, i colori ammutolirono, e mentre pareva che persino atomi e molecole dovessero esplodere, Warz, con un ultimo sforzo e quanto fiato aveva in corpo, gridò: “Strugg!! Ora incapsuli la forza modulare!!!”
Strugg lanciò un grido ed eseguì.
Poi fu il buio.

*!*

Per prima cosa, si riaccese la spia verde dell’ipno-radar. Poi, con un lieve calo di pressione e un capovolgimento energetico, anche gli altri strumenti di bordo ripresero a funzionare. Tutti, sul ponte di comando, ebbero l’impressione di svegliarsi dopo un lungo, lungo sonno e una volta constatato non solo di essere vivi, ma di essere addirittura sani e salvi, si abbandonarono alla felicità. Kawanuchi, ignaro di quanto era accaduto, accettava un po’ perplesso, ma in fondo di buon grado, quelle inattese dimostrazioni d’affetto.

La porta di stabilità s’aprì con un fischio: la figura del Comandante Warz comparve sulla soglia. Era forse un po’ provato, aveva gli occhi un po’ cerchiati, ma i tratti del suo volto erano distesi in un sorriso di sollievo. Fu accolto da una salva di urrà, quindi letteralmente sommerso dagli abbracci del corpo ufficiali, Kawanuchi compreso.
“Maggiore!” riuscì a dire Warz mentre Strugg quasi lo strozzava appendendoglisi al collo “Vedo con gioia che è di nuovo dei nostri!”
“Questo lo dovrei dire io a lei, comandante: una festa di fidanzamento non è tale, senza di lei…”
“Parole sante, Maggiore… Beh, signori...” continuò poi Warz risistemandosi il ciuffo “sembra che anche questa volta ce l’abbiamo fatta…”
Strugg ululò, poi si ricompose. Abbozzò un tono professionale per rivolgere a Warz la domanda che da un bel po’ gli frullava per la testa: “A-hem… Comandante, ci spieghi almeno una cosa: come le è venuto in mente d’incapsulare la forza modulare? No, dico, perché questa è proprio bella grossa…”
Sassetti, ammiccando di nascosto a Warz, s’intromise, e prima che quello potesse rispondere cominciò a parlare, un mezzo sorriso a fior di labbra: “Signori e Signore, scusate se prendo questa iniziativa così, senza essermi prima consultato con nessuno, tanto meno col diretto interessato, ma ho una proposta da fare a voi tutti, in questo momento di gaudio…” e pronunciò la parola gaudio con un enfasi particolare. “Tutti noi non vediamo l’ora che il Comandante c’illumini con la sua competenza, che ci spieghi come è stato possibile che noi ci si trovi qui nonostante ci siamo da poco imbattuti in un grosso problema e…” Warz gli fece cenno di stringere. “Molto bene, sarò breve: quello che intendo dire è che non sarebbe forse meglio, anzi, molto meglio, ascoltare il racconto del Comandante festeggiando con quella riserva speciale che il Sergente Voregaard tanto saggiamente nascose qualche notte fa, pensando di non essere visto da nessuno?”
Voregaard sbiancò, mentre il sorrisetto di Sassetti si tramutava in un ghigno diabolico. Alle parole riserva e speciale Warz spalancò gli occhi e si voltò verso il Sergente: questi ebbe un secondosussulto, sbiancò ulteriormente e cercò di scorgere della pietà negli occhi degli ufficiali che gli si erano stretti attorno, invano.
Con un lungo sospiro, poi, annuì mestamente e s’infilò sotto il quadro comandi. Ne tirò fuori un barilotto di Cedonix e una cassa di sigari cubani. Quando Voregaard ne pescò uno e lo lanciò al comandante (che lo acchiappò al volo) fu come un segnale: tutti si gettarono sulla riserva speciale.
De Boissy, approfittando della baraonda generale, si avvicinò discretamente a Warz.
“Quelli della Sicurezza sono come svaniti nel nulla, signore...” gli sussurrò all’orecchio “Io non so davvero spiegarmi...”
“Non se ne dia pensiero, Colonnello” la rassicurò Warz poggiandole una mano sulla spalla “Ho fatto da me.” Poi sorrise, il sigaro tra i denti, e la prese sottobraccio: “Venga” disse beato “le verso un bicchiere.”

di Marco Milini